I disturbi dell'apprendimento: sono davvero così tanti?

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I disturbi dell'apprendimento: sono davvero così tanti?

L’OMS dichiara che i disturbi dell’apprendimento (come la dislessia o la discalculia) non possono superare il 3% della popolazione, eppure in una classe di 30 alunni è spesso faticoso non trovarne almeno 5 che vengono segnalate come tali. Com’è possibile?

Dobbiamo ringraziare l’attenzione che oggi viene rivolta ai disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), poiché ha permesso di smascherare moltissime situazioni patologiche che un tempo venivano erroneamente lette come situazioni semplice pigrizia, inerzia, non amore per lo studio, disattenzione o menefreghismo.

E’ importante però non cadere nella trappola della “corsa alla diagnosi” e distinguere il vero e proprio deficit da ciò che potremmo più propriamente definire “difficoltà di apprendimento”; la difficoltà di apprendimento denota un quadro scolastico affaticato, in cui si possono riscontrare sintomi simili a quelli ritrovabili in un quadro diagnostico di DSA…ma non dobbiamo confondere i sintomi con le cause di questi ultimi! Fermarci ai sintomi produrrebbe (ed è ciò che sta ultimamente accadendo) un grosso errore qualitativo, nonostante la “quantità” di fatica negli apprendimenti scolastici possa effettivamente essere molta.

La differenza sta nel fatto che il DSA è presente in una persona fin dalla nascita e non permette un margine di miglioramento nei termini dei così detti “strumenti di apprendimento”, quali: lettura, scrittura e/o calcolo, che non risulteranno mai “automatici”; in questi casi è possibile “compensare” la mancanza di automatismi attraverso strategie di apprendimento che permettano di baipassare la causa della problematica, non per risolverla ma per “coprirla”.

Nel caso in cui un ragazzo fosse semplicemente affaticato negli apprendimenti è bene, invece, permettergli di lavorare sulle strategie cognitive che potenziano l’efficacia di codifica e di recupero delle informazioni prima di ricorrere alla valutazione diagnostica. Il lavoro “potenziante”, detto anche Potenziamento Cognitivo, permetterà di aumentare la motivazione nello studio, l’autostima, il senso di autoefficacia, permetterà di rendere “attiva e strategica” un’attività di studio fino a quel momento condotta in modo passivo e meccanico, privo di riflessione, approfondimento e divertimento.

La diagnosi, la certificazione e gli strumenti compensativo-dispensativi sono una tutela solo nei casi di effettivo Deficit negli apprendimenti; in caso contrario condanneremmo i ragazzi ad una “giustificazione al non impegno” non responsabilizzante e aggravante; non permetteremmo loro di evolvere nelle loro potenzialità, sfruttando al massimo le loro capacità e i loro reali talenti.

Il ruolo della scuola

…E LA SCUOLA CHE RUOLO HA IN TUTTO CIÒ? E’ CORRETTO RIEMPIRE I RAGAZZI DI COMPITI O STUDIO? IN CHE MODO SAREBBE MEGLIO APPROCCIARSI ALLA DIDATTICA?

Il lavoro “potenziante” deve partire dalla scuola stessa, che sempre di più si sta munendo di consapevolezza concernente le dinamiche e le peculiarità di un apprendimento attivo, autonomo, strategico e che susciti interesse attraverso la “esperienze”.

Esperire ciò che si conosce, infatti, è uno dei maggiori attivatori del motore motivazionale, che sta alla base dell’intero ingranaggio dell’apprendimento: laboratori, uscite didattiche, progetti attivi, lavori manuali, attività in gruppo, materiale multimediale, stimoli creativi, immersioni emotive…sono il vero “pane” dell’apprendimento nei bambini e nei ragazzi (ma anche negli adulti!).

Un atteggiamento didattico che permetta di sviluppare i talenti nei nostri ragazzi, inoltre, non può essere prestazionale! La prestazione toglie energia alla messa in atto di strategie intellettive e induce un apprendimento di tipo meccanico e passivo. Finché il focus della Scuola risulterà prestazionale, non si potranno ottenere miglioramenti cognitivi e/o metodologici negli studenti.

Anche la mole di studio, quindi, non è direttamente proporzionale ai miglioramenti scolastici o agli sviluppi nelle funzioni cognitive, bensì spesso sovraccarico e produce un aumento di meccanicità e di passività.

I compiti a casa devono fornire la possibilità di sedimentare i contenuti appresi in classe oltre che di sperimentare autonomia nello studio, ma non devono essere eccessivi o affaticare più del necessario lo studente, soprattutto se DSA.

Monica Crivelli

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